La Dubbiosa Commedia – Canto 2

Lo giorno se n’andava, la Berlusca orgia
toglieva li animai che sono in terra
dalle leggi loro; e mia sol idea forgia

l’armamento per sostener la guerra
sì dei furori e sì delle pensate,
che del Bunga Bunga di certo non erra.

O donne, Femen d’ alto ingegno, or m’aiutate;
o mente che scrivesti ciò ch’io vidi,
Lui schernirà ciò che voi processate.

Io cominciai: “Enrico che mi guidi,
guarda se la mia ragione è possente
prima che nelle piazze ‘a morte!’ io gridi.

Chi dice che è di Silvio parente
è sì corruttibile che da Mubarak
andò, arricchito totalmente.

Però, se l’avversario d’ogni male
cortese son io, pensando a quel serale
da cui uscirono tutti, l’attività extrascolare

con la certa nipote non par degno d’intelletto;
ch’ella fu prostituta regina nel suo impero
nell’Egizio loco per lo zio politico non corretto:

la quale e per la quale, a voler fare nomi,

fu stabilita per Ruby una casa
u’ siedon successori di brutti cognomi.

Per questa scopata che con l’Emilio si fa vanto,
intese cose per cui mandarlo in prigione,
Fiorito e Marrazzo col cazzo gli stanno accanto.

Andovvi poi la Nas d’elezione,
per recarne sconforto a quel cane di Fede
che di principio sta nella perdizione.

Ma poi io, chi di armarmi mi concede?
Io non Travaglio, io non Mentana sono:
me degno a ciò né io né altri crede.

Per che, se alle loro Troie mi abbandono,
temo che la Venuta non sia folle:
se’ savio; intendi me, e da Battiato vo’ perdono.”

Ma chi è il pazzo che disvuol ciò che volle
e per nove manze cangia proposta,
sì che dallo scopar tutto si tolle,

tal m’immedesimai nell’oscura orgia posta,
perché, pensando, consumar l’impresa
per Minetti o Carfagna, che c’è di meglio e neanche costa?

“S’io ho ben la parola tua intesa”
rispuose del Politico quell’ombra,
“l’anima tua è da scopate offesa;

le quali molto spazio nell’omo ingombra
sì che d’onorata impresa lo ricopre,
lo trasforma in bestia quand’egli bomba.

Da questo tema acciò che tu ti solve,
dirotti perch’io venni e quel ch’io ‘ntesi
nel primo punto che di te mi dolve.

Io era tra coloro che non son dimenticati
e donna mi chiamò Beata e Bella
tal che davanti a lei erano tutti inchinati.

Lucevan più i suoi che i capelli della Brambilla;
e cominciommi a dir soave e piana,
con angelica voce, in sua favella:

‘O anima cortese ed emiliana,
di cui la fama ancor in Italia dura,
e durerà quanto la Giustizia è lontana,

Un mio amante, non di ventura,
nella diserta situazione italiana è impedito
sì nel cammin, che iroso è per natura;

e temo che non sia già sì smarrito,
ch’io mi sia tardi al soccorso levata
per quel che nel mondo ho udito.

Or movi, per evitar in Italia un’Alba Dorata
e con ciò c’ha mestieri, Spritz o Campari
parlargli, sì ch’i’ ne sia ancor più amata.

I’ son Politica, a me offri un Campari;
lo Spritz non mi piace, è amarognolo sant’Iddio;
ma a lui puoi offrirlo, dovrebbe piacergli mi pare.

Quando sarò dinanzi a politici che di Me hanno disio,
di te mi loderò sovente, ora va da lui.’
Tacette allora, poi comincia’ io:

‘O donna di virtù tutte, per cui
l’essere umano cerca finché è contento
del risultato alle elezioni, il resto so’ cazzi suoi,

tanto mi aggrada il tuo comandamento,
che obbedisco, sempre per l’aperitivo non sia tardi;
in più, per tua bellezza, pensai che altro fosse il tuo talento.

Ma mi dica, lasciando stare parlamentari volgari, guardi,
come mai non scende con noi a sbevazzare in centro
e poi tutti insieme in piazza, fino a fare tadi?’

‘Da che tu vuò sapere cosa mi sento dentro,
te lo dico brevemente’ mi rispose,
‘mica si pensi ch’i non interessi di Bossi o Feltro.

Temer sì le idee pericolose,
come votar Grillo senza conoscerne la verità mentale;
le altre no, ché non son paurose.

Io sono la Politica, alla mercé di Giustizia, tale
che la vostra miseria alquanto mi tange
ed ogni fiamma di vostra rabbia m’assale,

Ma come guida dal ciel io son colei che si sbatte
di questo impedimento ov’io ti mando
sì che duro giudico là, colui che combatte.

Giustizia chiese di lui a me di rimando
e disse: – Or ha bisogno il tuo fedele
di te, ed io a te lo raccomando -.

Ella, nimica di ciascun crudele,
si mosse, e venne al loco dov’ i’ era,
che mi sedea accanto ogni Grande Politico.

Disse: – Politica, lodata da uomini veri,
deh non mi soccorri quello che t’ama tanto
che se no mi fa più danni che in Borsa i Finanzieri?

Non odi tu la rabbia nel suo pianto?
non vedi tu la morte che ‘l combatte
su la Fiumana del Progresso che non è tanto?

Al mondo ne ho viste di topi e di ratte
a far loro una mora che fuggir di galera fanno,
ed io, dopo ennesime Alleanze rifatte

venni quaggiù nel mio beato banno,
fidandomi nel tuo parlare onesto
c’ha onorato te, come Falcone e Borsellino hanno.’

Dopo aver ragionato di questo,
singhiozzando non poco da me si volse;
allora venni da te al più presto;

e lo feci così com’ella a me si rivolse;
solo dell’aperitivo in più ti parlai,
che già ti ho detto dello Spritz, che coi conati mi colse.

Dunque che era? Perché, Perché lo assaggiai?
Perché nella pancia mi sebrava ci fossero cavallette?
Mi dissi ‘perché ardire ad un sapore che non ami, che già lo sai?’

Dopo che all’ospedale tre donne benedette
con una pastiglietta…’ e continuò a lungo, santo cielo,
ti ho detto tutto, aperitivo in Duomo alle sette?”

Come i furetti nel notturno gelo
rotolanti verso il sole che li imbianca,
non c’entrano nulla, ma hanno un bellissimo pelo,

tal mi feci io d’iracondia stanca,
e tanto buono ardire già alla gola mi corse,
ch’e a pensare all’ape dissi in maniera franca:

“Oh pietosa Politica che mi soccorse!
e te cortese che ubbidisti tosto
alle vere parole che ti porse!

Lasciamo un attimo la terra maldisposta
da pessime idee, con i corrotti e le leggi sue,
e torniamo a quella sua bella proposta.

Or va ch’un sol volere è d’ambedue:
Aperitivo alle sete, ubriachi fino alle due!”

Così dissi, chissà che parlando di cose serie da sbronzi.
facessimo più leggi sensate di alcuni politici stronzi.

About Rimbaud

Studente di Filosofia, bibliotecario, non voglio far altro che scrivere.